Scusate il ritardo...

...il mio, perché arrivo a scriverne una settimana dopo l'evento.
...e quello di Mischa. Perché il suo primo titolo ATP è arrivato alla soglia dei trentun anni - li compirà in agosto - lo scorso sabato ad Eastbourne.
Non esattamente uno Junior, insomma. Anche se va detto, a sua "discolpa", che non è certo l'unico "late bloomer" (così si è autodefinito sul suo profilo Instagram): pensiamo a Gilles Muller, che solo nel 2017 ha finalmente coronato il suo sogno, e di anni ne aveva 33 suonati. Ma soprattutto, nel caso di Mischa, si devono ricordare i mille infortuni (polso, ernia, tendine rotuleo, ma persino costole rotte!) che hanno costellato la sua carriera precedente, al punto da spingerlo oltre la millesima posizione ATP. E da farlo sentire, di fatto, un ex giocatore. Era il marzo 2015.
Da allora il tedesco (anche se nato a Mosca, ancora Unione Sovietica!), è sportivamente rinato. Davvero una seconda carriera. Resa possibile, a suo dire, almeno in parte dal fatto che sulla scena internazionale di alto livello si sia affermato il suo fratellino Alexander, di dieci anni più giovane. Il fiorire della carriera di Sascha ha dato al fratello maggiore lo spinta e la motivazione per tornare a crederci ancora. Ad allenarsi seriamente. A risalire un passo alla volta. A vincere partite, nei Challenger o in qualificazioni ATP. Fino al primo titolo. E pensare che aveva seriamente meditato di diventare l'allenatore del piccolo di casa!
Il suo primo alloro è stato ottenuto, logicamente, sull'erba. Perché è senza dubbio questa la superficie più adatta al suo gioco d'antan, tutto fatto di serve and volley, persino sulla seconda di servizio. Un gioco molto rischioso, che a Mischa è necessario (anche) per sopperire alle sue difficoltà nel reggere lo scambio da fondo. Solo sui prati un s&v sistematico può ancora portare frutti, a chi lo sa fare.
Peraltro va detto che quella dello scorso sabato nel 250 di Eastbourne è stata la prima finale sull'erba per lui. Le due precedenti erano arrivate su altre superfici: la prima a Metz indoor, ancora durante la sua prima carriera (2010), la seconda addirittura su terra, in teoria la superficie a lui più ostica. Era la vigilia del Roland Garros, a Ginevra: come spesso accade la settimana "morta" pre-Slam aveva regalato un'occasione ad un giocatore di media classifica. Peccato che quella volta però un pezzo grosso avesse deciso di far sul serio anche la settimana precedente il Grande Evento... Mischa aveva lottato per vincere quella finale, ma Stan Wawrinka era un giocatore oggettivamente più forte. E aveva spezzato il sogno del mancino di Amburgo. Il quale però proprio di lì a poco avrebbe toccato il suo best ranking, 25 al mondo, forte di questa finale oltre che del risultato forse più prestigioso in assoluto, l'ottavo Slam conseguito a Melbourne con tanto di scalpo eccellentissimo: Andy Murray, allora Numero Uno.
Il finale del 2017 e l'inizio del 2018 non hanno confermato quel livello, ma per uno che due anni prima era al numero 1067 non può essere certamente questo essere un dramma. Matrimonio e figlio in arrivo possono peraltro essere plausibilissime giustificazioni.
Tra qualche alto e basso si arriva alla vigilia di Wimbledon. La settimana prima dello Slam: stessa situazione di Ginevra. Però sta volta siamo su erba. L'avversario in finale è un po' più accessibile - Lacko, numero 90 e spicci, zero titoli in carriera - e finalmente l'evento tanto sognato si compie. Mikhail Alexandrovic Zverev, secondo quanto recita l'anagrafe, può sollevare finalmente il suo primo trofeo.
E lasciarsi andare alla commozione.
Non capita spesso di vedere un uomo di trenta anni che piange ... ma quando accade è emozionante. E questa volta forse persino un po' più del solito. Perché una gioia che arriva dopo tanti anni, tanta sofferenza, tante batoste - sarà una banalità ma è vera! - è più bella, più intensa, più memorabile.
A Wimbledon Mischa è uscito al primo turno. Ci sta: dopo un grande traguardo spesso subentra spesso un fisiologico contraccolpo. Ma è solo un piccolo inciampo. E ormai quel titolo, quel traguardo raggiunto, non glielo leverà più nessuno.
