Parallele che s'incontrano

Lo so: qualsiasi matematico si metterebbe le mani nei capelli a leggere di parallele che s'incontrano. Forse anche un ragazzino delle medie sarebbe un po' scandalizzato da una similie bestialità.
Ma non di rette stiamo parlando, bensì delle finaliste di questo US Open: Madison Keys e Sloane Stephens. Che s'incontrino, è un fatto: avverrà tra poche ore sull'Arthur Ashe in quel di New York. Che siano parallele, be', è un'opinione. Ma ha le sue ragioni.
Perchè
sinceramente nessuna delle due giovani americane arriva a questa Finale
onusta di gloria, dopo un'annata scintillante. Anzi. Annus horriblis
per entrambe, il 2017, fino a pochissimo tempo fa.
Madison
salta tutta la prima parte di stagione, reduce da un problema al polso.
Rientra a marzo, ma fa pochissima strada. Ancora qualche tentativo
sulla terra, ma non vince mai due partite di seguito. A Wimbledon si fa
estromettere con un 6-1 al terzo da Camila Giorgi, un'altra che non si
può dire abbia vissuto un'annata da favola. Stenta a tornare ai suoi
livelli, Madison, sembra proprio non riuscire ad ingranare. E l'umore
sprofonda, insieme alla classifica che a poco a poco si fa deficitaria.
E poi, ecco Stanford. I suoi Stati Uniti, il suo cemento. Al primo turno rischia di brutto con una giocatrice che (non me voglia!) non ho mai sentito nominare. Ne vedo un pezzetto, di quella partita; me la ricordo nel primo set, Madison. Uno strazio, non mette una palla in campo. Poi, la svolta: si ritrova, recupera il secondo set, vince di slancio. Una rondine non fa primavera, certo. Ma almeno c'è stata una reazione, un lampo di orgoglio.
Perchè
da lì cambia tutto: la Keys vince quel torneo di slancio, superando
fior di avversarie. Una su tutte: colei che lunedì sarà Numero 1 al
mondo. E che a Cincinnati poco dopo si vendica. Ma spuntandola solo per
7-6 al terzo.
Quella stessa Cincinnati ha visto svolgersi sotto i suoi occhi anche la cavalcata (quasi) trionfale, fino alla semifinale, dI Sloane Stephens. Che di anni ne ha un paio in più, è vero, però si può considerare sicuramente anche lei parte di questa "nouvelle vague" del tennis femminile stelle e strisce, sempre in cerca di un'erede di Serena.
Se
l'annata di Madison non si poteva definira gloriosa fino a Stanford,
quella di Sloane era stata una autentica via crucis. Un recupero
interminabile dall'infortunio alla gamba sinistra patito nell'agosto
2016, che l'ha costretta ad un intervento ancora lo scorso febbraio.
Mesi e mesi ferma, senza giocare, a far montare dentro una voglia di
tennis che, appena ha potuto, si è sfogata con prepotenza.
Fino
a Toronto, una manciata di settimane fa, due partite giocate in tutto
l'anno. E naturalmente perse. Ma che si poteva pretendere, dopo tutti
quei mesi? Si prevedeva un lungo periodo per ritrovare il gioco, il
ritmo partita, la condizione fisica.
Invece la fame di vittorie l'ha spinta. Aveva talmente tanto tennis arretrato da giocare, Sloane, che al suo terzo torneo, ha fatto quasi il botto: Putinseva, Kvitova, Kerber, Safarova spianate, una dopo l'altra. E la settimana dopo, appunto, Cincinnati: altre quattro vittime altrettanto eccellenti, e un'altra semifinale di prestigio.
Per riscattare un'annata che non c'è stata, una classifica non consona al suo talento, un infortunio cattivo e maligno.
Agli
US Open arrivano così, Madison e Sloane, che sono pure amiche tra
l'altro. Sulle ali dell'entusiasmo, potremmo dire. Eppure non
accreditate dai titoloni. Tutti lì a raccontare del ritorno di
Sharapova, della contesa per il Numero 1, delle 8 possibili
pretendenti... e loro se le filano in pochi, all'inizio.
E poi, di vittoria in vittoria, eccole di fronte, stasera.
Solo una potrà vincere, però. E allora forse il parallelismo sarà rotto? Avranno avuto ragione i matematici, a dire che le parallele non s'incontrano? Io credo di no: perchè è vero che una sarà regina e l'altra, al massimo principessa, o damigella d'onore. Però hanno già vinto tutt'e due la stessa sfida: tornare. Anzi, arrivare più in alto di quanto non fossero mai arrivate. Ma partendo dallo scantinato: salita interminabile, ma alla fine panorama impagabile.
