I dolori del giovane Nick

28.10.2017

Mai pensato di scrivere qualcosa su Nick Kyrgios, personaggio troppo lontano dai miei modelli e dai miei gusti. Sinceramente non l'ho mai potuto sopportare, trovandolo irritante fuori e dentro il campo, e tra poco illustrerò le ragioni di tale idiosincrasia. Se rompo il tabù su di lui è perchè alcune sue vicende, per quanto non recentissime, ma risalenti ai mesi appena passati, mi hanno fatto riflettere: forse, ma ribadisco forse, le cose stanno un po' diversamente da come appaiono. E dunque in qualche modo anche la sua può rientrare nel novero delle storie degne di esser raccontate. Quanto meno da me.

Dicevo poc'anzi quanto lo trovi fastidioso, come giocatore e come personaggio. A parte quel servizio che prepara tutto ingobbito (fattore esteticamente a suo discarico) e che, quando s'inceppa, gli scompagina tutto il sistema del gioco, quello che è veramente insopportabile è il modo in cui si pone quando la vicenda inizia a girar male, con i suoi atteggiamenti esibiti di insofferenza o a volte di vittimismo, che lo portano poi sempre più spesso a scontrarsi con l'arbitro e a procurargli warning, fino talora allo "sbrocco" plateale e totale. Atteggiamenti ormai talmente frequenti da avergli ritagliato addosso la fama di "bad boy" su cui naturalmente gli arbitri infieriscono e in cui lui sembra crogiolarsi, del tutto soddisfatto con se stesso per aver trovato la scusa ideale.

Ecco sì, perchè l'altro aspetto che indurrebbe a prenderlo a schiaffi è la teoria di scuse pronte che ha saputo elaborare per giustificare le proprie debacle, talmente variegate e variopinte da far invidia allo studente più somaro della scuola, sempre alla ricerca di una giustificazione per non aver studiato. L'abbiamo sentito tante volte girare intorno al concetto che in realtà lui non ama il tennis bensì il basket, che probabilmente smetterà ancor giovane, che le vittorie non vengono per scarsità di allenamento e/o di impegno, e così via. (Geniale la motivazione espressa in merito ai risultati scadenti sul mattone tritato: "Mi alleno poco perchè la terra mi sporca le scarpe e la macchina"...). Poi sono venuti i problemi personali, i lutti familiari, la crisi con la fidanzata; quelli fisici, della più varia natura; quelli motivazionali, tali per cui solo le partite con i giocatori di alto livello sarebbero stimolanti, mentre con quelli più scarsi non riuscirebbe a concentrarsi a sufficienza per vincere.

Insomma ascoltare NicK Kyrgios e pensare che intasca un sacco di denari e che è idolatrato da un consistente numero di fans e di estimatori, a me dà un po' (un bel po') fastidio.

Però qualche decina di giorni fa il suo comportamento da bulletto di periferia ha toccato probabilmente l'acmè, quando ha piantato in asso Steve Johnson, con cui stava giocando il suo match d'esordio al Master 1000 di Shanghai, dopo aver perso il primo set, e lasciando tutti - pubblico, arbitro, avversario appunto - a dir poco meravigliati e in qualche caso anche piuttosto inferociti. Avrebbe poi addotto in conferenza stampa una mezza dozzina di malanni fisici, a sua discolpa.

Quindi qualche giorno dopo se ne va in Europa, per giocare ad Anversa, le busca subito anche lì e decide a questo punto che la sua stagione è durata abbastanza e saluta tutti. Ovviamente la prima cosa che fa, tornato in Australia, è darsi al basket: e si fa male ad una caviglia, infortunio che esibisce trionfante sui social network, con tanto di foto.

Ecco, allora che cosa c'entra tutto ciò con le altre mie storie, che sono per lo più vicende di sacrificio, di abnegazione, di sofferenza, di caduta e risalita? Be', sono arrivata a pensare che queste ultime pose di Nick forse non sono altro che un grido d'aiuto. Si sta gettando via e sotto sotto ne deve essere consapevole, ma non riesce ad ammetterlo apertis verbis. E allora tira la corda, provoca, esagera, con la segreta speranza che qualcuno se ne accorga, gli tenda un mano, si prenda carico di lui, lo aiuti a trarsi fuori dalle sabbie mobili in cui s'è cacciato. E' un giocatore, e prima ancora un ragazzo in crisi di identità, in cerca di se stesso, che ha provato a darsi un tono con questa nomea di genio ribelle e incompreso ed ora non sa più come uscirne. E allora alza sempre più l'asticella, sperando cje appunto qualcuno capisca a che gioco sta giocando: l'autodistruzione come mezzo per affermare se stesso.

Almeno, lo spero: vorrebbe dire che c'è ancora possibilità di "redimersi", di ritrovarsi, di esprimere quello che secondo molti è un grosso potenziale. Insomma, trasformare questi suoi dolori fisici e psicologici in energia positiva, per realizzare qualcosa di importante. Me lo auguro per lui. Altrimenti, vorrà proprio dire che non era una maschera: e Nicholas Kyrgios da Canberra verrà presto dimenticato, senza troppi rimpianti.

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